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DUOMO DI NOVENTA VICENTINA

Secondo autorevoli storici la Chiesa di Noventa Vicentina ha origini antichissime, si parla dell'anno 1000 e anche prima.
A cura di Pietro Valda e Laura Ziliotto.


La Chiesa Arcipretale ora Duomo

Brevi cenni storici

In un documento dell'Archivio Vaticano, nelle Raziones Decimarum del 1297-1303, sono ricordate 25 pievi rurali vicentine e tra esse figura la "plebs S. Marie de Noventa" col suo "archipresbyter Renaldinus". La sua giurisdizione pievana comprendeva sotto di sé le "capellae" (chiese sorte nei "vici", villaggi, situati nell'ambito della circoscrizione pievana) di S. Martino di Asigliano, di S. Maria di Poiana Maggiore, di Fogiascheda, di S. Michele di Agugliaro e di S. Pietro di Campiglia. Pertanto il titolare della pieve di Noventa era allora quello della chiesa matrice urbana, cioè S. Maria, situata nel 1200-1300 in contrà della piazza.


 Il titolo di "plebs", pieve, valeva tanto per la chiesa cittadina quanto per le prime chiese del territorio ed era quella dove si amministrava il sacramento del Battesimo, "chiesa baptismalis".

 Intorno al 1300 la chiesa di S. Maria era officiata dalla Compagnia dei Battuti, o Flagellanti, o Disciplinati, formata da religiosi laici che intendevano esprimere il loro impegno penitenziale con manifestazioni a volte al limite del fanatismo. Questa chiesa pertanto cessò di essere pievana e il titolo passò alla cappella dedicata ai santi Vito e Modesto, e in seguito a Crescenzia, patroni tanto cari ai monaci benedettini.

 Questa cappella era legata alla salutare bonifica realizzata dai medesimi nella vasta plaga di Noventa prima e dopo il 1000.

 In essa, verso la metà del secolo XV, ebbe luogo una completa ristrutturazione e un ampliamento, seguendo lo stile gotico. Inoltre venne orientata a levante, secondo i canoni dell'architettura religiosa dell'epoca, e presentava davanti e a lato il cimitero. Accanto (dove è tuttora situata) sorgeva la Canonica, casa destinata (secondo un'investitura feudale del XII sec. il Braidum o praedium ecclesie") alla vita in comune (canonice) di tutto il clero della vasta pieve.

 Passò alquanto tempo finchè giunse nel 1640 a reggere la parrocchia l'arciprete don Stefano Negri "iuris utriusque doctor" e, constatato che la chiesa per l'accresciuta popolazione era divenuta troppo angusta, decise di abbatterla e di costruirne una nuova nello stesso luogo, orientandola questa volta verso mezzodì.

 L'edificio, a pianta rettangolare (corrispondente all'attuale navata), presentava il presbiterio e la sacrestia. Davanti era situato il cimitero. Gli antichissimi altari della Vergine e di S. Rocco erano addossati alle pareti laterali, nel presbiterio era collocato l'altare maggiore , opera di Antonio Bonazza, con le quattro statue dei martiri, a perenne memoria della presenza benedettina in questa terra: Vito, Modesto, Crescenzia, a cui si aggiunse Eurosia. Appesi alle pareti vi erano tre grandi tele(che sono andate perdute), raffiguranti il martirio dei primi tre, e l'adorazione dei Magi ora posta sopra la porta maggiore. Questa tela si può attribuire, secondo studi recenti, al pittore Zanchi, nativo di Este.

 Verso la metà del secolo scorso, con il contributo di alcune famiglie di Noventa, furono erette due ampie cappelle per accogliervi gli altari della Vergine e di S. Rocco.

 Negli anni 1884-1886 l'arciprete don Rocco Rocchi, dopo aver permutato con il Comune la sede municipale, ubicata sopra la sacrestia, con un pezzo di terra del suo giardino per uso piazza e costruito l'oratorio dedicato alla Vergine Immacolata, decise di ampliare la chiesa, divenuta ormai insufficiente per le necessità dei fedeli. Cominciarono così i lavori con la posa delle fondamenta del nuovo presbiterio attorno a quello vecchio. Ma nel novembre del 1888 lo colse la morte.

 Gli successe don Giovanni Bertapelle, parroco di Polegge, che si trovò a dover affrontare l'opera d'ingrandimento lasciata interrotta dal suo predecessore.

 Negli anni 1891-1893 il nuovo arciprete condusse al coperto la parte principale dei tre alzati che circondavano il presbiterio.

 Dopo di che si sostò alquanto in attesa di tempi migliori.

 Nel 1909 ripresero i lavori che terminarono nel 1912, con il completamento del coro con decorazioni e dipinti , col prolungamento

 della navata e con la costruzione della facciata.

 Nel 1924 venne intrapreso il restauro del campanile, eretto verso la fine del XVII secolo, come appare nella lapide murata alla sua base, e le tre vecchie campane vennero inviate a Vittorio Veneto per rifonderle in un nuovo concerto di cinque: nel 1925 le nuove campane furono collocate al posto delle precedenti.

 Dal 1925 al 1927 ripresero i lavori d'ingrandimento della chiesa e vennero aperte le sei cappelle tutte uguali (riducendo le due esistenti) per porvi i vari altari fino ad allora addossati ai muri.

 Nell'anno 1934 il tetto della navata fu dichiarato pericolante e, anziché rimediarvi, fu presa la coraggiosa decisione di sopraelevare la navata stessa e di completarla secondo le linee del progetto originale dell'architetto Francesco Lucchetta.

 Il 13 marzo 1939 morì monsignor Bertapelle e il suo successore, monsignor don Albino Zanconato, portò a compimento nel 1964 la parte superiore della facciata, ripetendo i motivi architettonici della parte inferiore, e sostituì, con le attuali, le vecchie vetrate delle finestre rotonde in alto delle tre absidi.

 Anche monsignor don Antonio Bizzotto compì nel 1968 importanti lavori, rifacendo l'intonaco del soffitto della navata, perché pericolante, e la tinteggiatura di tutta la parte del presbiterio sotto la cupola. Inoltre sostituì le grandi vetrate delle sei trifore che illuminano ampiamente la navata, perché le vecchie erano rotte a causa della grandine, e per eliminare tale inconveniente fece porre all'esterno una solida protezione con vetro retinato; così anche per tutte le altre finestre della chiesa.

 Provvide anche al restauro del campanile, alla elettrificazione delle campane e alla rimessa in funzione dell'antico orologio che per parecchi anni era restato muto.

 Nel 1981 venne rifatto il vecchio pavimento della chiesa, risalente al 1806, in marmo rosso e bianco, offerto da don Andrea Galvan cappellano dell'ospedale.

 Ultimi lavori

 Corre l'anno 1999.

 Meritano un breve cenno i lavori eseguiti all'interno della chiesa, iniziati la scorsa estate e da poco terminati.

 Dopo 31 anni dall'ultima tinteggiatura erano evidenti i segni del tempo, specie sulle pareti molto sbiadite e in parte screpolate, polvere depositata ovunque e qualche elemento abbisognevole di restauro.

 Vista la necessità di un intervento non più dilazionabile, l'arciprete monsignor don Giacomo Prandina, incoraggiato dal voto unanime del Consiglio Pastorale Parrocchiale e della Commissione Economica, ha preso la ferma decisione, anche in vista dell'imminenza del Giubileo del prossimo anno 2000, di por mano ai lavori necessari da farsi.

 Per l'esecuzione è stata chiamata la ditta Borin Dino e figlio Luca di Arquà Petrarca molto conosciuta per le sue ottime referenze. In possesso di idoneo materiale di qualità, dotata di attrezzature d'avanguardia, coadiuvata da maestranza qualificata, tale ditta nel tempo pattuito ha compiuto l'opera con vera competenza e professionalità, da destare vivo consenso.

 A conferma di ciò basta ricordare il delicato lavoro di pulitura e ritocco delle pitture della cupola che ora, rinnovata e splendente, incanta a guardarla.

 Ora il tempio nel suo complesso egregiamente abbellito, grazie alle indovinate tonalità delle tinte e agli appropriati interventi, riscuote la soddisfazione di tutti e possiamo dire che invita a partecipare con più gioia alle sacre celebrazioni.

 A conclusione dei lavori ultimati con esito encomiabile, all'impresa Borin va un sincero plauso e un vivo ringraziamento per l'opera felicemente compiuta con passione e vera maestria.

 A don Andrea Galvan va tutta la nostra riconoscenza per aver permesso con un suo lascito i suddetti lavori.

 Il 20 novembre c.a., in occasione dell'amministrazione della Cresima, il Vescovo di Vicenza Monsignor Pietro Nonis ha annunciato solennemente nella chiesa, straordinariamente gremita, di aver elevato con suo decreto la Chiesa Arcipretale di Noventa Vicentina a dignità di Duomo.

 Questo straordinario avvenimento nella storia di Noventa resterà memorabile a conferma, ancora una volta, dell'importanza della sua monumentale chiesa

 

La facciata

La facciata del Duomo di Noventa è stata innalzata in due tempi: la prima parte nel 1912, la seconda nel 1964.


Si presenta con un'ampiezza dall'aspetto monumentale. La parte inferiore è costruita di duro marmo di Chiampo.

Al centro si trova la porta maggiore, alta sei metri, con una serie di cassettoni, interrotta dall'architrave, per continuare poi intorno ad un arco a tutto sesto.

Ai lati vi sono due coppie di paraste o lesene su cui poggiano capitelli corinzi, che richiamano quelli posti all'interno dell'edificio.

La parte superiore ripete lo stile della sottostante con al centro un bel rosone di pietra bianca, finemente lavorato, costituito da otto spicchi disposti a raggiera e chiusi da artistiche vetrate di vari colori.

Sovrasta il tutto un possente frontone triangolare con al centro la consueta croce.

Sul piano dell'archivolto, sopra la porta, troviamo dipinto a fresco e ben rappresentato il martirio dei Santi Patroni. Il dipinto è ritenuto dalla critica una composizione accademica d'intonazione classicistica e ripete elementi in voga nell'iconografia sacra di inizio secolo.

L'autore del dipinto, datato 16 giugno 1928, è G. Mazzei di Genova.

 

L'interno

L'interno del Duomo, di stile neoclassico, si presenta ad una sola navata (lunga 62 metri in totale) , con sei cappelle laterali, tre a destra e tre a sinistra, dove trovano posto gli altari di antica memoria. In fondo alla navata si alza il monumentale presbiterio, sul quale si aprono tre grandiose absidi.

Entrando dalla porta maggiore, a destra si trova l'altare del Crocefisso, che dalla critica viene attribuito ad Antonio Bianchi, noto scultore lombardo (1620-1678), molto attivo nel vicentino. E' questa ritenuta una delle sue opere migliori. L'ancona poggia su di una mensa con specchiature policrome. Due coppie di colonne dal fusto di marmo nero sostengono la trabeazione. Corona il gruppo un timpano a sesto ribassato, sul quale si assestano tre putti. Una lapide a fianco indica che l'altare apparteneva alla Confraternita della Morte. 

Di recente vi è stata sistemata la sua tela originaria, che raffigura il Cristo in croce e ai piedi la Madonna e S. Giovanni. L'autore del dipinto è ignoto, tuttavia la critica lo ritiene un lavoro di dignitosa fattura del XVII secolo. 

Proseguendo, nella seconda cappella a destra, si trova l'altare della Madonna del Rosario (1677), anche questo viene attribuito allo scultore Antonio Bianchi. In documenti rinvenuti da L. Puppi, critico d'arte, l'altare viene definito: "macchina complessa ed imponente, di effetto decorativo rilevante". L'ancona poggia su di una mensa a specchiatura semplice. Due coppie di colonne di marmo rosso dal capitello corinzio sostengono un duplice timpano, sul quale si assestano angeli e putti. 

La finissima nicchia, che incornicia l'immagine della Vergine (opera degli artigiani della Val Gardena), è un raro documento della scultura quattrocentesca dell'antica parrocchiale.

Questo altare apparteneva alla Confraternita del Rosario che in quegli anni accresceva la sua importanza dopo la vittoria di Lepanto. 

Nella terza cappella, sempre a destra, si trova l'altare della Pentecoste del 1678. L'ancona di questo altare, poggiante su mensa marmorea decorata da riquadri mistilinei, è costituita da una coppia di colonne corinzie dal fusto liscio. Fa da corona il fastigio a timpano, che è interrotto da un gruppo marmoreo: al centro l'Eterno Padre con il globo e la Croce, ai lati due angioletti. 

Non si conosce di sicuro l'autore di questa opera del XVII secolo, ma la sua composizione si avvicina assai ai modi di Antonio Bianchi. 

Di recente è stato posto nella nicchia il suo dipinto originale che, del tutto inedito, viene attribuito dallo studioso d'arte Mauro Lucco alla tarda attività di Domenico Campagnola (Venezia 1500- Padova1564). 

Raffigura la Madonna e la discesa dello Spirito Santo sotto forma di fiammelle sopra agli Apostoli. Per il sontuoso colore la pala richiama la grande lezione tizianesca, così come per la foga drammatica dell'impostazione della scena. 

Questa tela di ottima fattura è ritenuta per importanza e per qualità seconda dopo la pala del Tiepolo. 

Entrando dalla porta maggiore, a sinistra si trova l'altare di S. Antonio, che , secondo l'iscrizione, porta la data 1672. L'ancona di questo altare poggia su una mensa rivestita da riquadri mistilinei. Le doppie colonne in marmo rosso richiamano nel colore le specchiature della mensa. La sovrastante trabeazione dall'andamento interrotto sostiene un fastigio a sesto ribassato, su cui si assestano coppie di putti a tutto tondo. 

Anche quest'opera del secolo XVII viene attribuita dal Puppi ad Antonio Bianchi e viene giudicata una fra le sue migliori composizioni. 

Nella nicchia è conservata la pala originale con Sant'Antonio da Padova che adora il Divino Infante di buona fattura. Per l'impostazione della scena potrebbe essere ricondotta nell'ambito di Antonio Balestra o, secondo molti critici, ad ambito veronese in particolare al pittore Girolamo Pellegrini per quei caldi toni tra il marrone e il giallo e la felice idea del Bambino che sgambetta festoso e tende le mani al Santo.

Proseguendo, nella seconda cappella di sinistra, si trova l'altare di San Rocco. Questo altare, dedicato ai Santi Rocco e Sebastiano, è il più noto della chiesa per la pala del Tiepolo e per la presenza di pregevoli sculture, le più belle dopo quelle dell'Altar Maggiore. 

Sul basamento a specchiatura semplice poggiano due coppie di colonne con capitello corinzio. Sulla soprastante cimasa con timpano a sesto ribassato sono collocati quattro putti alati e altri due angeli più grandi in atto benedicente. Questo gruppo è stato attribuito ad Antonio Bonazza.

L'altare, non essendo presente alcuna dedica di una confraternita, si pensa sia stato eretto a spese dell'intera parrocchia, per collocarvi la pala di Gianbattista Tiepolo. 

Questa tela fu commissionata al Tiepolo dal cardinale Carlo Rezzonico, poi papa col nome di Clemente XIII nel 1758, che qui a Noventa qualche anno prima aveva acquistato la Villa Barbarigo. 

Inserite sulle pareti della cappella, vi sono le due formelle con i Santi Rocco e Sebastiano, importante documento di un precedente altare della quattrocentesca parrocchiale. Sono questi due santi mantegneschi, severi e aspri nel loro dolore come si conveniva a chi era invocato nelle tragiche ricorrenze pestilenziali.

Nella tela, ricordando uno studio del critico Remo Schiavo, troviamo un Tiepolo giunto a maturità pittorica, che si è liberato dagli influssi dei "tenebrosi" veneziani, per attingere a un più composto classicismo dovuto allo studio delle opere di Paolo Veronese: brillano i colori leggeri tra il bianco, il rosa, il giallo, i santi campeggiano sullo sfondo di cieli azzurri e di classiche rovine, nel volto non mostrano la sofferenza del crudele martirio ma la raggiunta beatitudine celeste. 

La struttura piramidale della sacra rappresentazione pone alto sullo sfondo San Rocco su un rocchio di cornice di pietra in abito da pellegrino rosso e verde, mentre in primo piano quasi accostato alla sofferente umanità, rappresentata dalla vecchia paralitica, San Sebastiano ancora legato alla colonna mostra l'atletico corpo piagato dalle crudeli saette. Il bianco del candido perizoma, un prodigio di tecnica pittorica, richiama l'ampio fazzoletto che copre la testa della vecchia; come il realismo della faretra abbandonata ha il suo corrispettivo nel carrettino di legno che sostiene l'inferma. 

 

L'altare maggiore

Nel presbiterio si trova l'altare Maggiore, la parte più importante della chiesa. Questo si alza di cinque gradini da un bel pavimento marmoreo policromo. E' tutto di puro marmo di Carrara.

Secondo la cronaca dell'arciprete don Rocchi, risulta esserne autore lo scultore padovano Antonio Bonazza (1698-1763). Detta paternità venne confermata in seguito dal prof. Semenzato, critico di opere scultoree.

In origine era di proporzioni minori, ben adatto all'antica chiesa. In seguito all'ampliamento della stessa, venne modificato dalla mano artistica del Cavallini di Nove per renderlo più consono alla grandiosità del nuovo presbiterio. 

Nel complesso con il suo stile barocco, nell'insieme dei suoi vari elementi, si presenta armonioso e di un certo valore artistico, come ebbe a dichiararlo il Monteverde. 

Il paliotto della mensa è artisticamente scolpito: al centro un medaglione ovale riccamente decorato racchiude la scena della cena di Emmaus, ai lati si trovano ampie volute culminanti in cherubini. 

A fianco del tabernacolo vi sono le quattro statue dei Santi Patroni (Vito, Modesto, Crescenzia ed Eurosia) su piedistalli di altezza diversa, che si guardano l'una l'altra e portano in mano la palma del loro martirio. 

Sopra il tabernacolo c'è il tempietto, con una nicchia dove veniva esposto l'ostensorio. Il tempietto si presenta slanciato, leggero e gentile con le sue colonnine e i suoi modiglioni che sorreggono la calotta culminante con l'immagine benedicente del Redentore. Il complesso risalta degnamente innanzi alle gigantesche colonne corinzie che gli fanno da corona. 

Fra le due coppie di colonnine troviamo due stupende statuine di S. Pietro e S. Paolo con i loro simboli: le chiavi e la spada.

 

La corona

Parti monumentali del Coro

La cupola ottagonale è illuminata da otto finestre rotonde, su cui splendono le iniziali di Maria, mentre nel vano che si apre sotto di esse dei putti alati portano emblemi e motti alla Vergine Gloriosa. 

Sul fregio che corre intorno spiccano gli otto versi dell'antifona: Ave Regina coelorum, Ave domina Angelorum…………. 

Dietro ai tre archi che fiancheggiano l'altare si aprono le tre absidi con le loro calotte illuminate da altre finestre rotonde. 

Sotto il cornicione con i suoi capitelli, magnificamente scolpiti prima dal Lucchetta stesso e poi terminati dal Beordo di Vicenza, si aprono grandiose finestre che illuminano il coro e corrono all'altezza delle nicchie poste tra i colonnati degli archi, su cui troneggiano le statue dei quattro Evangelisti: Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Le statue poggiano su un piedistallo dove si trova il simbolico animale che li distingue. Sono queste opere dello scultore Guizzon di Vicenza.

 

La Corona

In occasione del restauro e della tinteggiatura interna della chiesa, è stato eseguito pure un accurato e ben riuscito lavoro di pulizia della corona dorata a foglia d'oro che, appesa alla sommità della volta dell'abside, sovrasta l'altare maggiore e manifesta tutto il suo splendore. 

Sul piano che forma il cielo di detta corona, indiscusso capolavoro d'arte d'intaglio, dalla parte opposta è stata trovato un semplice scritto che suona così: "Il giorno 8 luglio 1882 fu innalzata questa corona eseguita da Lucchetta Francesco. La commissione fu fatta dal Rev. Arciprete Rocco Rocchi". 

Questo interessante documento ci induce a far notare che l'autore della presente è il medesimo architetto intagliatore, maestro di disegno, che progettò ed eseguì il modello in legno della chiesa, attuato in parte, quando fu decisa la costruzione di questo tempio. Tale modello è conservato nei locali adiacenti la sacrestia. 

Francesco Lucchetta era nato a Vicenza nel 1819 e morì a Noventa nel 1893. Aveva frequentato la scuola di disegno e quella di intaglio. Uscito dall'Accademia pose il suo laboratorio in Vicenza ed ebbe molteplici commissioni nell'architettura, nella figura, negli ornamenti tanto in questa provincia come in varie città d'Italia. Morì nel nostro Ospedale all'età di 74 anni e nel necrologio c'è scritto: "Uomo pio e onesto". 

 

Le pitture del coro

Dopo una serie di traversie, nel 1909 viene affidato l'incarico di dipingere il presbiterio a Giuseppe Zina, pittore della scuola del Bruschi di Milano. 

Negli spicchi di fronte all'altare: la cacciata degli angeli ribelli dal Cielo all'Inferno, e quella di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre; negli spicchi di fianco: l'Annunciazione dell'Angelo alla Vergine, e la risurrezione di Cristo. Nell'alto della cupola: l'Incoronazione della Vergine in una festa di Paradiso. 

A tale proposito è giusto ricordare che questa festa è a memoria dell'antichissima sagra dell'Incoronata, che ricorre ogni anno nell'ottava di Pasqua. 

Nello spicchio centrale della cupola è collocata, sopra le nubi, la Vergine seduta in atto reverente e devoto, mentre il Figlio la incorona e il Padre la benedice tra un'aureola di luce che scende dallo Spirito Santo, librato in aria, e tra alcuni piccoli Cherubini in atto di ammirazione. 

Gli altri sette spicchi della cupola, che misura quattordici metri di diametro e trentuno di altezza, sono occupati da Angeli in festa, divisi per il suono, per il canto, per l'incenso. Alcuni sono in ammirazione, alcuni in atto di servizio; tutti indossano vesti bianche. 

Più sotto prendono parte alla festa i personaggi principali dell'antico Testamento. Dal lato dell'Eterno Padre: Adamo, Eva e Abele ammirati di fronte alla gloria della Vergine; quindi i Patriarchi: Noè e i suoi figli, Abramo e Isacco, Giacobbe e Giuseppe che fa omaggio alla Vergine delle sue spighe, Mosè con le sue Tavole e con il fratello Aronne con il suo bastone fiorito,Giosuè il guerriero della Terra Promessa, Samuele e Davide che suona l'arpa. Ci sono poi i re Melchisedec che presenta il calice ed Ezechia la corona. Seguono i profeti Isaia, Daniele, Malachia, i veggenti e le illustri donne: Abigaille, che offre alla Vergine i suoi frutti, Esther la sua corona e Giuditta la sua spada. Più da vicino Anna e Gioachino, esultanti in quella gloria, e con loro Elisabetta, Giovanni Battista e Giuseppe, il primo con il suo bastone in croce, il secondo che riverente offre il giglio, custodito immacolato per la gloria del Figlio e della Madre.

 

Altri dipinti

L'Adorazione dei Magi: la grande tela appesa sopra la porta maggiore della chiesa (m.7,80 x 2,60) venne ivi collocata dopo il completamento della nuova facciata (1912). Dalle note storiche manoscritte dell'arciprete don Rocchi, questa occupava in origine la parete nord del vecchio presbiterio, demolito per erigervi l'attuale. La paternità dell'opera era assegnata al pittore veneziano Nicolò Bambini (1651-1736).

L'arciprete Bertapelle nel 1927, visto il precario stato di conservazione, fece restaurare la tela e per agevolarne l'operazione la fece trasportare in Oratorio. 

Da una ricerca fatta da un padre salesiano di Este, accompagnata da una nutrita documentazione, risulta, senza ombra di dubbio, che l'autore dell' Adorazione dei Magi è da considerarsi il pittore Antonio Zanchi di Este (1639-1722), che operò a lungo in Venezia e in molte chiese del Veneto. 

La tela raffigura nel suo complesso in modo incantevole la scena della visita, con tutto il seguito, dei re Magi al Bambino Gesù. Colpisce il fascio di luce della stella che illumina raggiante il centro della tela stessa, dove è collocata, ai piedi di un rudere, la Sacra Famiglia. La moltitudine dei personaggi si muove in maniera naturale in questa magica atmosfera che lo Zanchi ha saputo ricreare in maniera mirabile. 

Un cenno meritano le due pale dell'Oratorio dedicate a S.Carlo Borromeo. Una, che rappresenta S.Carlo nell'atto di benedire S.Luigi Gonzaga fanciullo, è opera di Francesco Maffei (1600 ca.-1660); mentre per l'altra con S.Carlo e Santi si potrebbe avanzare il nome di Giulio Carpioni (1612-1679), proprio per le figure di donne che richiamano i teleri del Palazzo del Podestà al Museo di Vicenza.

 

Il battistero

Fra l'altare della Crocifissione e l'altare della Madonna si apre un vano, dove è collocato l'antico fonte battesimale. 

La vasca di forma quadrata di marmo rosso poggia su una coppia di leoni, a loro volta sostenuti da un basso piedistallo. Corona il gruppo un fonte ottocentesco realizzato in materiale analogo. 

La scena del battesimo di Gesù da parte di Giovanni Battista sul fiume Giordano sulla parete di fronte e la decorazione delle pareti laterali è opera del noventano Giovanni Mercante, che completò i dipinti nel giugno 1945. 

 

L'organo

L'organo posto dietro l'altare maggiore è opera di Giambattista De Lorenzi (1806-1883) , famoso costruttore d'organi scledense.

Nel 1858 fu commissionato dall'arciprete don Rocchi, cultore appassionato di musica sacra e compositore anche di qualche lavoro come una messa a quattro voci. 

Detto pregevole strumento in origine era situato nella cantoria sopra la porta maggiore, ma a causa della costruzione nel 1912 della nuova facciata venne trasportato dove si trova ora. 

Nel 1936 venne restaurato, da un certo Guerrino o Guerrini da Bassano, e dalla cronaca del Bertapelle si legge: "Restaurato conservando intatto il carattere dell'organo pei strumenti speciali del Callido e del De Lorenzi, che ne fanno un organo di buon valore e degno di essere conservato". 

Si fa presente che il Callido era un rinomato costruttore d'organi, nativo di Este, vissuto nella seconda metà del '700. 

Allo stato attuale l'organo abbisogna, secondo gli esperti, di un nuovo restauro per cui, se attuato, con l'occasione si vorrebbe ricostruire tutte le parti mancanti e attuare integralmente il progetto originale del De Lorenzi del 1859 che si conserva nell'archivio parrocchiale.

 

Bibliografia

Nella stesura del presente fascicolo sono state consultate le seguenti fonti:

  1. Giovanni Mantese " Storia di Noventa Vicentina", ed. Comune di Noventa Vicentina 
  2. Studio di Remo Schiavo in" A Don Giacomo Prandina Nuovo Arciprete 13 settembre 1986", ed. Tipografia Nereo Sossella - Noventa Vicentina 
  3. Numero Unico "Excelsior" 17-18 febbraio 1912 
  4. "Memorie scritte" di Pietro Valda di Noventa Vicentina 
  5. E.Reato "Noventa Vicentina - Profilo storico", ed. Comune di Noventa Vicentina - Centro di cultura Dante Alighieri 1974 
  6. "Note Storiche" della Sovrintendenza ai Beni Artistici 

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