Comune di Noventa Vicentina (VI)

La Villa Barbarigo

Questa rapida guida di Villa Barbarigo è stata realizzata consultando le seguenti fonti:
Colla-Losa-Muraro La Villa Barbarigo di Noventa Vicentina , Comune di Noventa Vicentina.
http://ville.inews.it/foler.htm
prof. Laura Ziliotto
 
Note storiche su Noventa Vicentina


Noventa Vicentina (da "nova entia": nuove terre), un Centro del Basso Veneto tra i Colli Berici e gli Euganei, già caratterizzato dalla presenza umana in epoca preistorica e densamente abitato in età romana, ricorda nel proprio nome la preziosa opera di bonifica attuata dopo le disastrose alluvioni dell'età longobarda che modificarono profondamente il territorio. Coinvolta duramente nelle lotte tra i Comuni e l'Impero come tutto il Vicentino, Noventa, che dal 1404 era entrata a far parte della Serenissima Repubblica di Venezia, trova nel secolo successivo, dopo la conclusione delle travagliate vicende legate alla Lega di Cambrai (1508), le condizioni che le permettono di svilupparsi economicamente e socialmente. Il Vicentino seguirà fino in fondo le sorti di Venezia e dopo a caduta della Serenissima passerà sotto la dominazione austriaca, per poi entrare a far parte (1866) del Regno d'Italia. Oggi la zona, pur mantenendo la propria tradizione agricola, vanta una significativa presenza industriale nei settori tessile e metalmeccanico, e interessanti prospettive nel setore terziario. Centro scolastico della zona, Noventa è anche sede di manifestazioni culturali di notevole livello (Teatro a Noventa) e di iniziative tendenti a favorire lo sviluppo economico-produttivo, ma anche sociale, del Basso Vicentino.
 
Villa Barbarigo

 
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La Villa Barbarigo si sviluppa in altezza per quattro piani. Quello terreno, quasi uno zoccolo ideale interrotto solo dalle due scale del pronao, sostiene il piano nobile, destinato alla vita pubblica, e il secondo piano, riservato a quella privata. Alla sommità, l'abbaino. Nelle ali un colonnato tuscanico ritma il piano nobile. Il corpo centrale, compatto in tutto il suo sviluppo verticale, reca al centro una loggia, tuscanica sotto e ionica sopra, coronata da un frontone. I tre corpi di fabbrica che sporgono dal prospetto posteriore risalgono alla fine dell'Ottocento. I fianchi di ridotta profondità fanno pensare, per la asimmetrica distribuzione delle aperture, a tempi diversi di esecuzione. Le barchesse, dalle robuste colonne tuscaniche, molto probabilmente ospitavano le abitazioni dei dipendenti della tenuta. A nord, un basso fabbricato oggi scomparso, attestato in un disegno del 1622, collegava le due torri-colombare. Il vastissimo ciclo di affreschi, in origine esteso per 430 mq, è riconducibile a un ben preciso programma iconografico tendente a celebrare le glorie e i fasti della famiglia Barbarigo, particolarmente nel piano nobile; oppure ripropone alcuni tra i più celebri miti greci. Il titolo di "villa dei Dogi" spetta ad essa soprattutto per gli affreschi, realizzati da artisti come Antonio Foler, Antonio Vassillacchi detto l'Aliense e Luca Ferrari da Reggio. Se, infatti, le pitture del secondo piano (risalenti alla metà del diciassettesimo secolo) sono caratterizzate da toni più intimisti, da un più accentuato gusto letterario, nel piano nobile - destinato ad udienze pubbliche e quindi più ufficiale - sono narrate le imprese dei più illustri esponenti della famiglia e sono effigiati i due Dogi Marco ed Agostino. Caso unico in tutta le storia di Venezia essi si succedettero nel trono dogale (il primo fu doge dal novembre del 1485, il secondo dall'agosto del 1486), ma governarono in modo assai diverso, come diversa fu la loro personalità. Passaggi di proprietà: Barbarigo-Loredan-Rezzonico - Pindemonte-Rezzonico - Padri Mechitaristi di San Lazzaro in Venezia - ora Comune di Noventa.
 
LA DECORAZIONE PITTORICA di VILLA BARBARIGO

Il vastissimo ciclo di affreschi, in origine esteso per 430 mq., è riconducibile a un ben preciso programma iconografico tendente a celebrare le glorie e i fasti della famiglia Barbarigo. Questa funzione appare particolarmente evidente nel piano nobile, destinato a funzioni di rappresentanza. Qui, nella sala a crociera che si apre sull'ingresso, appaiono, racchiusi tra finte colonne sotto il soffitto in legno con travi dipinte, episodi di guerra, eroiche imprese, sanguinose battaglie che ebbero i Barbarigo quali protagonisti. Nelle sale minori, oltre alla rappresentazione di vicende militari troviamo figure allegoriche celebranti la Pace, l'Abbondanza, la Sapienza, lo splendore del Nome, la fama, la Fortuna; in due sale che da essi prendono nome, si trovano i ritratti dei Dogi Marco e Agostino Barbarico. Gli affreschi della saletta a sinistra dell'ingresso sono stati attribuiti ad Antonio Vassillacchi detto l'Aliense, quelli della sala a destra ad Antonio Foler, esecutore, assieme a collaboratori dell'Aliense, di quasi tutti gli affreschi della sala crociata di ingresso. Gli affreschi del secondo piano esprimono un gusto ricco di reminiscenze classiche, evidente nella riproposizione di alcuni tra i più celebri miti greci, quali Venere e Adone, Perseo e Andromeda, il Giudizio di Paride, Diana e Atteone. Il salone, che conserva lo splendido pavimento originale in cotto, racchiude a meridione, nella ideale trama architettonica che scandisce le pareti, due possenti figure che rappresentano Atena e Marte, attribuite, al pari della scena raffigurante Apollo e le Ninfe, a Luca Ferrari da Reggio. Scoperti e restaurati fra il 1955 e il 1957, gli affreschi risultano danneggiati da interventi ottocenteschi.

Antonio Vassillacchi detto l'Aliense: nasce nel 1556 nell'isola greca di Milo. Giunto giovanissimo a Venezia entra nella bottega di Paolo Veronese, facendosi però ben presto affascinare dal drammatico luminismo, dai potenti chiaroscuri del Tintoretto. Dal 1584 al 1621 risulta iscritto alla Fraglia dei pittori veneziani. La sua opera, connotata da "robusta fierezza e dominio pittoresco", si situa in pieno clima controriformistico. Numerosi dipinti documentano l'attività dell'Aliense a Padova, Venezia, Salò, Perugia (ove dipinge dieci grandi tele per la chiesa di S. Pietro). Negli affreschi di Villa Emo a Montecchia e di Villa Barbarigo a Noventa Vicentina egli parzialmente ritorna ai modi veronesiani, specie nell'intonazione più fredda dei colori, anche se il ritmo incalzante della narrazione è alquanto estraneo alla severità, alla serenità classiccheggiante del Veronese. L'Aliense muore il 15 aprile 1629.

Antonio Foler: vero nome è Antonio de' Ferrari detto Foler, nasce a Venezia intorno al 1536 e risulta iscritto nella locale "Arte dei depentori" dal 1590 al 1612. Muore nel 1616. Non molto è rimasto delle sue opere: alcune tele nelle chiese veneziane di S. Caterina e di S. Stefano, un fregio nella Sala della Quarantia Civil Nuova di Palazzo Ducale, oltre agli affreschi nella villa Barbarigo di Noventa Vicentina. Figura minore nel panorama artistico veneziano, il Foler opera con una certa indipendenza nell'ambito della cultura figurativa del tardomanierismo e i suoi dipinti, anche se talvolta privi di disinvoltura e scioltezza compositiva, non mancano di carica espressiva.

Luca Ferrari detto Luca da Reggio (al quale sono stati attribuiti alcuni affreschi del secondo piano della villa): nasce a Reggio Emilia il 16 febbraio 1605; nel 1627 lavora nella bottega di Ludovico Tiarini a Modena, mentre nel 1637 risulta iscritto alla Fraglia pittorica padovana. Il primo soggiorno a Padova dura circa un decennio (1634-1644), nel corso del quale egli da un lato si accosta all'opera di Paolo Veronese e Francesco Maffei, dall'altro introduce nel Veneto il gusto narrativo, il naturalismo attento e preciso della pittura emiliana. Luca Ferrari muore nel 1654. Abile decoratore dalla forte vena narrativa e dalla tavolozza quasi veneziana, egli è considerato il più significativo testimone dei rapporti che nel Seicento sono intercorsi fra la pittura veneta e quella emiliana.
 
GLI AFFRESCHI DI VILLA BARBARIGO - SCHEDE ILLUSTRATIVE

Il vastissimo ciclo di affreschi, in origine esteso per 430 mq., è riconducibile a un ben preciso programma iconografico tendente a celebrare le glorie e i fasti della famiglia Barbarigo. Questa funzione appare particolarmente evidente nel piano nobile, destinato a funzioni di rappresentanza. Qui, nella sala a crociera che si apre sull'ingresso, appaiono, racchiusi tra finte colonne sotto il soffitto in legno con travi dipinte, episodi di guerra, eroiche imprese, sanguinose battaglie che ebbero i Barbarigo quali protagonisti. Nelle sale minori, oltre alla rappresentazione di vicende militari troviamo figure allegoriche celebranti la Pace, l'Abbondanza, la Sapienza, lo splendore del Nome, la fama, la Fortuna; in due sale che da essi prendono nome, si trovano i ritratti dei Dogi Marco e Agostino Barbarico. Gli affreschi della saletta a sinistra dell'ingresso sono stati attribuiti ad Antonio Vassillacchi detto l'Aliense, quelli della sala a destra ad Antonio Foler, esecutore, assieme a collaboratori dell'Aliense, di quasi tutti gli affreschi della sala crociata di ingresso. Gli affreschi del secondo piano esprimono un gusto ricco di reminiscenze classiche, evidente nella riproposizione di alcuni tra i più celebri miti greci, quali Venere e Adone, Perseo e Andromeda, il Giudizio di Paride, Diana e Atteone. Il salone, che conserva lo splendido pavimento originale in cotto, racchiude a meridione, nella ideale trama architettonica che scandisce le pareti, due possenti figure che rappresentano Atena e Marte, attribuite, al pari della scena raffigurante Apollo e le Ninfe, a Luca Ferrari da Reggio. Scoperti e restaurati fra il 1955 e il 1957, gli affreschi risultano danneggiati da interventi ottocenteschi.

Antonio Vassillacchi detto l'Aliense: nasce nel 1556 nell'isola greca di Milo. Giunto giovanissimo a Venezia entra nella bottega di Paolo Veronese, facendosi però ben presto affascinare dal drammatico luminismo, dai potenti chiaroscuri del Tintoretto. Dal 1584 al 1621 risulta iscritto alla Fraglia dei pittori veneziani. La sua opera, connotata da "robusta fierezza e dominio pittoresco", si situa in pieno clima controriformistico. Numerosi dipinti documentano l'attività dell'Aliense a Padova, Venezia, Salò, Perugia (ove dipinge dieci grandi tele per la chiesa di S. Pietro). Negli affreschi di Villa Emo a Montecchia e di Villa Barbarigo a Noventa Vicentina egli parzialmente ritorna ai modi veronesiani, specie nell'intonazione più fredda dei colori, anche se il ritmo incalzante della narrazione è alquanto estraneo alla severità, alla serenità classiccheggiante del Veronese. L'Aliense muore il 15 aprile 1629.

Antonio Foler: vero nome è Antonio de' Ferrari detto Foler, nasce a Venezia intorno al 1536 e risulta iscritto nella locale "Arte dei depentori" dal 1590 al 1612. Muore nel 1616. Non molto è rimasto delle sue opere: alcune tele nelle chiese veneziane di S. Caterina e di S. Stefano, un fregio nella Sala della Quarantia Civil Nuova di Palazzo Ducale, oltre agli affreschi nella villa Barbarigo di Noventa Vicentina. Figura minore nel panorama artistico veneziano, il Foler opera con una certa indipendenza nell'ambito della cultura figurativa del tardomanierismo e i suoi dipinti, anche se talvolta privi di disinvoltura e scioltezza compositiva, non mancano di carica espressiva.

Luca Ferrari detto Luca da Reggio (al quale sono stati attribuiti alcuni affreschi del secondo piano della villa): nasce a Reggio Emilia il 16 febbraio 1605; nel 1627 lavora nella bottega di Ludovico Tiarini a Modena, mentre nel 1637 risulta iscritto alla Fraglia pittorica padovana. Il primo soggiorno a Padova dura circa un decennio (1634-1644), nel corso del quale egli da un lato si accosta all'opera di Paolo Veronese e Francesco Maffei, dall'altro introduce nel Veneto il gusto narrativo, il naturalismo attento e preciso della pittura emiliana. Luca Ferrari muore nel 1654. Abile decoratore dalla forte vena narrativa e dalla tavolozza quasi veneziana, egli è considerato il più significativo testimone dei rapporti che nel Seicento sono intercorsi fra la pittura veneta e quella emiliana.
 
GLI AFFRESCHI DI VILLA BARBARIGO - SCHEDE ILLUSTRATIVE

Criteri descrittivi: la catalogazione inizia dalla sala a crociera del primo piano per proseguire nelle stanze laterali di ambo le ali, salire nella sala Paradiso e concludersi nelle stanze dell'ala ad est, dato che quelle ad ovest non presentano traccia degli affreschi originari. Nella sala a crociera e nell'attigua stanza della "Battaglia alla Motta di Livenza" si è seguito l'ordine cronologico degli avvenimenti raffigurati. Ogni stanza è stata contrassegnata con un nome che ne ricorda l'affresco piú significativo.
 
PIANO PRIMO
 
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Pianta dell'attuale primo piano della villa con l'antistante piazzale un tempo recinto da una muraglia continua. Le lettere corrispondono alle varie sale affrescate:
A) sala a crociera;
B) sala del doge Marco;
C) sala del doge Agostino;
D) sala della battaglia alla Motta di Livenza;
E) stanza degli Ambasciatori e dei Cardinali;
F) stanza del Cardinale Barbarigo;
G) sala della dea Diana.
 
A - Sala a crociera o dei Trionfi di casa Barbarigo (1-12)
 
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Per quanto riguarda le scene storiche della sala a crociera risulta problematico il voler distinguere l'operato del Foler da quello del Vassillacchi: i due artisti vi lavoravano insieme e contemporaneamente, per la necessità di portare avanti in breve tempo un'opera di così vasta concezione. 1-braccio principale: secondo affresco a destra: Nicolò Barbarigo, a capo dell'esercito veneziano, si dirige verso la città di Zara mettendo in fuga le schiere del Re d'Ungheria (1346). L'iscrizione latina dice: NICOLAUS BARBAD.S EXERCITUS IMPERATOR, DUM PETIT JADRAM RECUPERATAM, REGIS, PAMNONIAE INNUMERAS COPIAS FUGAVIT ET GERMANORUM URBES SUBSIDIUM VEHEMENTER PROFLIGAVIT, ANNO MCCCXLV (L'anno 1345 riportato dall'iscrizione anticipa il fatto storico, ma tale discrepanza di date si riscontra anche in altre iscrizioni del ciclo). L'affresco risulta il piú piacevole della sala, grazie all'aereo uso dell'azzurro e del rosa nelle nubi del cielo, che alleggeriscono la scena di battaglia. Sulla sinistra vediamo Nicolò che, sul suo bianco destriero al galoppo, incalza le truppe nemiche datesi alla fuga.

2-braccio laterale est: Nicolò Barbarigo conquista Zara, città precedentemente sottoposta al Re d'Ungheria (1346). Che si tratti dello stesso personaggio non vi è dubbio: lo provano la similitudine dei lineamenti, l'uguale modo di vestire, la collocazione d'angolo con l'episodio precedente (simmetria che è rispettata per gli altri tre personaggi del vano crociato: Giovanni, Jacopo, Agostino). La città è Zara, che porta ancora gli stemmi del re d'Ungheria, la cui conquista dà a Venezia la vittoria dell'omonima guerra. Sullo sfondo la città, assediata e sconfitta, subisce l'irruzione della cavalleria veneziana, mentre Nicolò, in primo piano sulla destra, controlla l'andamento dell'operazione, impartendo ordini. I colori sono piú caldi e pastosi rispetto all'episodio precedente, giocati sul verde e sul giallo ocra.

3-braccio principale: primo affresco a destra: Giovanni Barbarigo, assalito il priore di Laurana, libera dalle catene la futura Regina d'Ungheria (1387). Veniamo al secondo personaggio del casato, un altro capitano: Giovanni (nato intorno al 1334, sposò una certa Elena, che gli diede due figli, Andrea e Antonio, e una figlia, Agnesina, monaca di S. Chiara.) È ricordato dall'affresco per un'impresa del 1387 che gli assicurò una larga fama e ambiti riconoscimenti. Sigismondo d'Ungheria aveva chiesto l'aiuto di Venezia per liberare Elisabetta e Maria d'Angiò, sua futura sposa, catturate a tradimento da Giovanni d'Horvath, bano (= governatore) di Croazia, e da Giovanni Palisna, priore di Laurana, e detenute nel castello di Novigrad, sulla costa dalmata. La Repubblica di Venezia mandò il Barbarigo ad incrociare nel mare di Dalmazia per impedire il trasporto della principessa Maria a Napoli. Giunto sul posto, egli decise un'azione di forza: assalí il priore di Laurana e lo costrinse a consegnargli la futura regina d'Ungheria. L'affresco rappresenta il momento in cui Giovanni libera Maria dalle catene, mentre sullo sfondo i soldati veneziani assumono il controllo del castello. Le figure in primo piano lasciano molto a desiderare, contrasta con essi il plastico guerriero, visto di spalle, che campeggia in primo piano sulla sinistra. In primissimo piano, al centro, spiccano alcuni rami verdi. L'iscrizione dice: I.A. (Ioannes) BARBAD. CLASSICUM CASTRUM AGRESSIMARIAM UNGARIAE REGINAM VINCULIS LIBERAVIT ET IN ILLYRY (Dalmazia) OPPIDO NOVO (Novigrad) DEDIT IMPERIUM, GLORIAM REGNI(S) RESTITUIT, DUCE-(M) AFFICIT, PROELIO MAGNA MARCUM PROCURATOREM ANNO MDCXXVI (anno storicamente esatto è 1387).

4-braccio laterale est: Giovanni Barbarigo viene creato cavaliere da Maria Regina d'Ungheria (1388). Questo affresco si ricollega al precedente, del quale è l'immediata conseguenza. Maria, divenuta sposa di Sigismondo, fu grata al Barbarigo: lo creò cavaliere, chiese alla Repubblica il permesso di donargli le città di Sebenico, Traù e Spalato e, non avendolo ottenuto, gli assegnò una provvisione annua di 600 ducati d'oro. Egli sta in ginocchio ai piedi della regina, che gli sta per porre il copricapo di cavaliere, mentre un dignitario ha già la spada alzata per procedere all'investitura. Fiori sparsi sul pavimento denotano la festosità della scena. L'iscrizione è pressoché illeggibile.

5-braccio principale: secondo affresco a sinistra: Jacopo Barbarigo, provveditore in Morea, attacca Patrasso, occupata dai Turchi, per ricongiungerla al dominio veneziano (1466). Il terzo personaggio della sala a crociera è un provveditore in Morea, alquanto piú sfortunato dei congiunti precedenti: Iacopo. Nato nei primi anni del secolo XV, pare sia stato capitano a Padova nel 1443-1445. L'episodio, accaduto durante la difesa della Morea nel 1465-1466, è il piú largamente documentato. La sua armata, forte di duemila uomini, già stava per impadronirsi della città di Patrasso, quando l'esercito turco giunse in soccorso degli assediati e sbaragliò i Veneziani. Il Barbarigo cadde ferito nelle mani dei Turchi e, portato a Patrasso, fu impalato. Le iscrizioni dell'affresco e di quello successivo amano calare un velo pietoso sulla fine dell'eroe.Questo affresco coglie lacopo nel momento dell'attacco a Patrasso: campeggiando al centro della scena, in sella al suo bruno destriero, egli incita i suoi e li guida verso la città, che appare sullo sfondo a sinistra, mentre sulla destra vediamo il mare e la flotta. L'iscrizione dice: IACOBUS BARBADICUS, DUM PRAESSET ACHAIE, PATRAS URBEM PRAECIPUAM, TURCARUM FURORE DEPRESSO, VENETORUM DOMINIO RECUPERATAM ADIUNXIT, ANNO MCCCCLXV. (Iacopo Barbarigo, provveditore in Morea (= Acaia), represso il furore dei Turchi, recupera la principale città dell'Acaia, che è Patrasso, e la ricongiunge al dominio veneziano. Anno 1465, che non collima con i fatti storici). La qualità dell'affresco lascia dubbiosi: l'armonia della scena è turbata da questa pesante figura centrale, poco felice sia nella plastica che nel rigido svolazzare del manto.

6-braccio laterale ovest: Jacopo Barbarigo, ferito, viene catturato dai Turchi giunti di rinforzo per difendere Patrasso (1466). Siamo all'epilogo dell'episodio precedente: la cattura di Iacopo, ferito, da parte dei Turchi giunti di rinforzo. La scena è storicamente veritiera, ma l'iscrizione reca una versione che tace sul particolare della successiva impalatura e dice: IACOB.S BARBAD.S. PRAESES ACHAIAE, PATRIS (Patras) REDEMPTIS ACCUMUL.TAE GLORIAE CUPID.S INGENTES TURCAR(um) TURMAS INVADIT, AT INTER MONTIUM DIFFICULTATES IRRETITUS, FACTA EORUM STRAGE, IMPYSSIME CONFODITUR. ANNO MCDLXV. (Iacopo Barbarigo, Provveditore in Morea, dopo avere redento Patrasso, reso cupido dalla gloria accumulata, va incontro ad ingenti torme turche, ma rimane intrappolato tra le difficoltà dei monti. Dopo avere fatto strage di turchi, viene da loro impietosamente ucciso. Anno 1465). Anche in questo affresco, come nel precedente, la figura centrale del protagonista risulta di qualità inferiore a quelle di contorno, piú vigorose. In confronto a lui i soldati turchi sembrano piú forti anche fisicamente e si muovono con estrema decisione. Predominano il viola, l'arancione, il rosso, il marrone, mentre lo sfondo è tutto giocato sui toni del rosa, come pure di tale colore sono i soldati che ancora combattono dietro a Nicolò.

7-braccio principale: primo affresco a sinistra: La battaglia navale di Lepanto, nella quale Agostino Barbarigo comandava l'ala sinistra della flotta cristiana (1571). Il quarto personaggio della serie è un "provveditore da mar" famoso grazie alla vittoria nella battaglia navale di Lepanto del 1571, qui raffigurata. Si tratta di Agostino, figlio di Giovanni, nato nel 1516. Percorse la carriera amministrativa e sulla fine del 1570 il Senato veneziano lo scelse come Provveditore generale da mar. Agostino si preoccupò subito di riordinare accuratamente l'armata veneziana, in vista dello scontro con la flotta turca. Lo scontro avvenne il 7 ottobre 1571 nelle acque di Lepanto. Il Barbarigo comandava l'ala sinistra della flotta cristiana e dovette sostenere il primo e piú grave urto; fu colpito da una freccia nell'occhio sinistro. Morí due giorni dopo la battaglia, il 9 ottobre 1571. La scena della battaglia di Lepanto è l'unica della sala che non reca al centro la figura del Barbarigo protagonista. La sua galea è collocata in secondo piano e si riconosce dallo stemma. Sullo sfondo le galee si scontrano tumultuosamente. Il mare è gremito di cadaveri, lingue di fuoco e di fumo si levano dalle navi, ma sono fiamme rosate, il cielo è azzurro e tutta la scena è luminosa. L'iscrizione dice: AUG. BARBAD. PROVISOR GENERALIS, CHRISTIANORUM ACIES ARMIS INTER SE IUNCTAS, SED ANIMIS INTER SE DIVISAS (MIRA) (1) DEXTERITATE COPULAVIT OVD (quod?) PRAECIPUO MEDIATORE RESPUB. VENETA VICTORIAM ILLA(M) AD (= apud) ACTIUM (azium) PROMONTORIUM ANTE MULTA SAECULA IN VITAM REPORTAVIT ANNO MDLXXI. (Agostino Barbarigo, provveditore generale, avendo le schiere cristiane congiunte le armi ma divisi gli animi, le ricongiunse con mirabile scaltrezza, come principale mediatore. La Repubblica veneta riportò in vita la vittoria al promontorio di Azio di molti secoli prima. Anno 1571).

8-braccio laterale ovest: La morte di Agostino Barbarigo, ferito da una freccia nell'occhio sinistro durante la battaglia di Lepanto (1571). È la morte di Agostino, ferito da una freccia nell'occhio sinistro nel corso della battaglia di Lepanto. L'elmo, che egli si era tolto per meglio essere udito dai suoi marinari, giace simbolicamente ai suoi piedi. L'iscrizione dice: AUGUSTINUS BARBADICUS PROVISOR GENERALIS GLORIOSISSIMO NAVALI PRAELIO (proelio), SAGITTAE ICTU IN OCULO TRANSVERBERATUS, VICTORIA PRAECOGNITA LAETABUNDUS MIGRAVIT IN COELUM. ANNO MDLXXL. (Agostino Barbarigo, provveditore generale, trafitto da un colpo di freccia in un occhio nel corso della gloriosa battaglia navale, conosciuta prima la vittoria, passò lieto al cielo. Anno 1571). Oltre che un ottimo comandante, Venezia perse col Barbarigo un uomo da tutti stimato che avrebbe potuto conciliare gli animi troppo discordi degli alleati. Per qualità pittorica, l'affresco è il peggiore del ciclo, trattandosi di una scena didascalica priva di energia. Il colore stesso non è armonioso, per la sovrabbondanza del rosso. Agostino, a mani giunte, risulta poco naturale. L'anatomia è difettosa, specie nel giovane che sta per togliere la freccia dall'occhio del Barbarigo. Tutto l'insieme dà un senso di banale e non si notano parti di rilievo. L'ipotesi piú facile è che vi abbiano lavorato dei collaboratori del Foler e del Vassillacchi, magari per questioni di tempo; ma le figure potrebbero essere state "impastate" in seguito a ritocchi successivi. La traccia di figura ben visibile in primo piano, un uomo seduto visto di schiena, è di qualità migliore: bene impostata, vigorosa, appartiene a mano diversa.

9-soffitto del braccio est della sala a crociera: Apollo ed Ercole. Il soffitto del braccio est della sala a crociera inquadra Apollo ed Ercole, contro lo sfondo di quello stesso cielo azzurro e rosato che conosciamo dagli affreschi precedenti. La critica è concorde nell'assegnare l'opera al Vassillacchi, specie per la maestria anatomica dimostrata nella figura di Ercole. L'eroe, armato di clava e adagiato sopra la pelle del leone di Nemea, da lui vinto e ucciso, riceve dal dio un'ampolla di fuoco divino che ne consacra l'immortalità. L'eroe incarna la stirpe militare della famiglia, ben rappresentata da Nicolò, Giovanni, Iacopo e Agostino.

10-soffitto del braccio ovest della sala a crociera: Gloria di putti. Il soffitto del braccio ovest della sala a crociera inquadra una "gloria di putti", pure da assegnare al Vassillacchi, che lasciano cadere corone di gloria e palme di martirio sugli eroi raffigurati nella parete sottostante. La lezione di Paolo Veronese sembra guidare la fantasia pittorica dell'artista, molto legato a tale scuola.

11-sovrapporte della parete destra del braccio principale: Nicolò e Giovanni Barbarigo.
11a :Giovanni
11b :Nicolò Le sovrappone rappresentano i busti in finto bronzo degli eroi raffigurati negli affreschi sulla stessa parete.

12-sovrapporte della parete sinistra del braccio principale: Jacopo e Agostino Barbarigo.
12a :Agostino
12b :Jacopo Le due sovrapporte fanno "pendant" con quelle di Nicolò e Giovanni, inquadrate nella parete di fronte.

 
B - Sala del doge Marco Barbarigo (13-21)
 
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13-parete sud: Ritratto del doge Marco Barbarigo (1485-86).
Il doge Marco appare seduto sul trono dogale tra le due finestre della parete di fondo. La decorazione dell'intera sala, che la critica ritiene concordemente opera del Foler, gli è dedicata. Nato nel 1413, appartiene al ramo piú glorioso della famiglia. Marco, dopo un'intensa carriera politica, culminata con l'assunzione dell'ufficio di procuratore di San Marco, fu eletto doge il 19 novembre 1485, soprattutto grazie alla sua gran pratica di governo. La politica praticata da Marco nel suo breve dogato fu improntata a tranquilla prudenza. Nella diaristica e nella storiografia veneziana egli assunse l'aspetto di un principe paterno e quasi ideale. Ebbe sette figli e morí il 14 agosto 1486, si dice dopo un violento diverbio con il fratello Agostino, che egli accusava di voler procurare la sua morte per ascendere al dogato. Lasciò ottimo nome di sé, sotto ogni punto di vista. L'epitaffio ne elogia la politica di pace, la giustizia, la temperanza, la pietà. L'iscrizione latina, sopra il trono dogale, dice: MARCUS BARBADICUS ............ M VV PRAETURA ......... VPATIONE PNPATUS (= principatus) FASTIG...SY(II) FESTINANTER MORTE SUB(R)EP ...... SUT DESIDE-RIUM A(R)ELIQUITI ........... MCDLXXXVI. La qualità dell'affresco è mediocre: la persona del doge non ha spessore e sembra confondersi con il trono stesso, l'espressione del viso è scialba.

14-parete est: Allegoria della Pace.
La figura femminile al centro reca il fuoco nella mano sinistra, simbolo di saggezza e benignità, mentre il fascio littorio che tiene nella destra è rovesciato, a significare che la guerra viene decisamente evitata; Venezia riprende la grandezza che era stata dell'antica Roma, ma in vesti pacifiche e dando frutti di pace. Lo struzzo, che per la sua robustezza digerisce anche il ferro, può rappresentare le sottigliezze diplomatiche che sono necessarie per evitare i conflitti che possono sfociare in guerra aperta. Le figure sottostanti riprendono i temi della pace conseguente alla politica di neutralità di Marco.

15-parete ovest: Allegoria: la Pace, trionfante, con una torcia, distrugge le armi.
Esemplificata sul modello precedente, l'allegoria mostra una donna che tiene nella mano destra un ramoscello d'olivo, mentre con la sinistra dà fuoco ad una catasta di armi, a significare che la guerra non toccherà il dogato di Marco. Sul basamento marmoreo sottostante, due cicogne si imbeccano una con l'altra e due figure allegoriche riprendono, come nella corona d'alloro, simbolo del merito, il motivo della pace: le scienze, infatti, rappresentate dalla figura di sinistra con gli attributi del globo e del compasso, non si possono sviluppare se non in tempo di pace. Anche qui ghirlande e nuvole vaporose rendono scenografico l'insieme.

16-parete nord: Allegoria dell'Abbondanza, benefica conseguenza della politica di pace.
Questa terza allegoria reca al centro la prosperosa abbondanza che porta nella mano destra la cornucopia colma di frutta e nella sinistra stringe un fascio di spighe dorate. Dietro a lei sta una tinozza colma di grappoli d'uva, mentre ai suoi piedi due figure recano rispettivamente un cinghiale e una brocca d'acqua: la prima è pingue, la seconda allampanata e sembrano rappresentare il contrasto tra l'abbondanza e la carestia. Qualitativamente l'affresco lascia perplessi circa l'armonia delle tre figure di donna rappresentate, piuttosto sgraziate, mentre gli sfondi conservano la caratteristica vaporosità. I colori, come in tutta la stanza, sono smorzati, giocati sul verde, sul marrone, sul violaceo.

17-sovrapporta sulla parete nord: Allegoria della vera Sapienza.
Michelangelo Muraro dice di questo affresco: "Il particolare riprodotto probabilmente rappresenta l'allegoria della Sapienza vera, cosí descritto dal Ripa (1613, I, p. 207): "Donna quasi ignuda, la quale stende le mani e il viso in alto, mirando una luce che gli soprastà, haverà i piedi elevati da terra, mostrando essere assorta in Dio e spogliata delle cose terrene". Ai piedi della figura, infatti, per dimostrare la sua superiorità sugli averi di questo mondo, stanno corona e scettro.

18-sovrapporta sulla parete ovest: Allegoria dell'Obbedienza.
Il crocefisso e il giogo sono segni di sottomissione dei propri desideri alla volontà degli altri. Ai piedi della figura un rotolo si snoda portando la scritta AMA DOMINUM TUUM EX TOTO CORDE TUO EX TOTA ANIMA TUA (ama il Signore tuo con tutto il tuo cuore e tutta la tua anima). Il piede sinistro è posato su di un teschio e lo sguardo rivolto in alto. Tanti richiami religiosi non sono casuali nel ciclo celebrativo di Marco, poiché egli si distinse per la sua irreprensibile moralità.

19-sovrafinestra sulla parete est: Allegoria conosciuta con il titolo Lo splendore del nome.
La mazza d'Ercole, o clava, che la figura impugna nella sinistra, sta a significare l'idea di tutte le virtú, onde quelli che cercano la fama e lo splendore del nome si appoggiano alle virtú e lasciano in disparte i vizi. Questo splendore del nome è destinato ad andare lontano, come mostrano le frecce è l'arco che stanno dietro alla figura. È da notare come i colori si ripetano costanti in tutti questi affreschi, specie nei vestiti delle figure.

20-sovrafinestra destra della parete sud: Figura allegorica di incerta significazione,
Per quanto si vede, la figura sembra reggere un piatto nella mano destra ed è accompagnata da un bambino. Può alludere alla carità e alla disponibilità di Marco verso il suo popolo, quasi un "chiedete e vi sarà dato". In due punti l'affresco è del tutto perduto, tra cui il viso del bambino.

21-sovrafinestra sinistra della parete sud: Allegoria della Prudenza.
La figura reca una serpe attorcigliata attorno al braccio destro e tale connotazione è tipica di questa virtú cardinale, anche se l'affresco è caduto nella parte centrale, impedendoci di vedere gli altri attributi. La qualità della pittura è comunque piuttosto scadente.
 
C - Sala del doge Agostino Barbarigo (22-32)
 
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22-parete sud: Ritratto del doge Agostino Barbarigo (1486-1501).
Nella stanza dedicata ad Agostino migliore è la qualità pittorica degli affreschi, evidente già da questo energico ritratto. La critica attribuisce la decorazione della stanza al Vassillacchi, che si è ritratto in veste di lavoro in un angolo della parete nord. Il doge si erge inquadrato da due cortine di tendaggi rossi, che contrastano piacevolmente con il bianco della veste ricamata. Il portamento è slanciato, lo sguardo fiero, come ben si addice al non mite personaggio. Nato nel 1419, quartogenito della famiglia fu descritto dal Priuli come "homo de degna statura, de admiranda prexentia et non veduta la talle a li tempi nostri". La sua vita si svolse in uno dei periodi cruciali della storia veneziana, quando si attua cioè la cosiddetta "politica di Terraferma". Fu podestà a Verona (1478) e a Padova (1482), dove gli morì l'unico figlio maschio, Francesco; da allora si fece crescere la barba bianca, che gli diede l'aspetto imponente offertoci dal ritratto. Divenne procuratore di S. Marco e, il 30 agosto 1486, fu eletto doge. Al dogato perveniva dopo essere stato fiero oppositore del fratello. Fu il primo caso del succedersi nel principato di due membri della stessa famiglia, dopo la riforma del doge Domenico Flabanico (1032). Il periodo in cui resse la Repubblica fu contrassegnato da una molteplice e spesso convulsa attività militare e politica. Inizialmente dovette superare la lotta tra le case vecchie e nuove del patriziato. "Egli parlò in Maggior Consiglio con tanta persuasione che riuscí a mettere la pace e la concordia fra gli animi agitati". Nel 1486-87 si presentò il conflitto con Sigismondo d'Austria per i confini nel Trentino, dove la Repubblica possedeva Riva, Torbole e Rovereto; ma la guerra non risolse il problema, poiché si rimase sulle posizioni di partenza. Nel 1489 Agostino giunse all'acquisto dell'isola di Cipro, avuta da Caterina Comaro, vedova di Giacomo II di Lusignano, poiché non le erano nati figli cui trasmettere l'isola in eredità. Questo, unitamente alla acquisizione dell'isola di Cefalonia, fu un successo per la diplomazia veneziana. Fu aspramente censurata dai contemporanei e dai posteri l'alleanza di Blois (1499) con Luigi XII di Francia: Agostino venne accusato di avere aperto ai Francesi la via dell'Italia, di averli invitati ad occupare la Lombardia, mentre egli otteneva Cremona e la Ghiara d'Adda come compenso alla sua alleanza. Ma alla luce dei fatti, la critica storica moderna riconosce al Barbarigo come egli comprendesse, in termini concreti, che la funzione della lega italica era irrimediabilmente esaurita e che Venezia doveva allargare lo spazio di terraferma verso occidente. Agostino Barbarigo personificò la svolta "europea" della politica veneziana, che usciva dai confini d'Italia. Gli ultimi anni di Agostino furono amareggiati da avvenimenti sfavorevoli. Ormai malfermo in salute, intendeva rinunciare al dogato, ma non gli fu consentito. Morí il 20 settembre 1501. Gli storici e i cronisti veneziani hanno tratteggiato a scuri colori il suo ricordo; scrive il Priuli che "a cadauno era venuto in fastidio ... et moriva cum cativa fama, maxime de avaritia". Fu incolpato di avere tollerato e promosso favoritismi e, dopo la morte, fu accusato di contrabbando, corruzione, mancato pagamento di debiti, oltre che di aver praticato attività speculative anche nel commercio al minuto, approfittando della sua preminente posizione. L'iscrizione sopra l'affresco lo ricorda così: AUGUST. BARBAD. PATAVY (Patavii) PRAE. FECTUS (DE)FUNCTUS TUM MARCO FRATRI PROCURATORIO ORDINI TUM EIUS PNPATUI (principatui) SUBROGATUS EST CYPRO CREMONA ABDVANAC GLARCA IMPERIO ADIECTIS (G)LORIAQ(UE) VIRTUTEM COMITANTE AD. F(E)CTA ASTATE A PATRIA DEMIGRAVIT ANNO MDI (Agostino Barbarigo, prefetto di Padova, subentrò nel principato al fratello Marco; unite Cipro e Cremona alla Repubblica, mentre la gloria accompagnava il suo valore, in età matura se ne andò). Ricordiamo che l'iconografia della scala dei Giganti in Palazzo Ducale a Venezia è una continua esaltazione di Agostino.

23-angolo sud-ovest: Probabile ritratto dell'unico figlio maschio di Agostino, Francesco, che gli premorì.
Il doge, nella positura in cui è ritratto, sembra quasi indicare il figlio e già porta la barba bianca che, dopo la sua morte, si era fatto crescere e non tagliò più. Francesco pare colto di ritorno da una passeggiata in campagna, mentre, toltosi il cappello piumato, guarda, appoggiandosi alla colonna, se può essere ricevuto da Agostino. L'affresco si rifà direttamente ai modi di Paolo Veronese, alla cui scuola il Vassillacchi ha imparato le prime tecniche del fare pittorico. Le allegorie dedicate al dogato di Agostino si rifanno direttamente alla mitologia classica a dare ulteriore lustro e decoro al personaggio.

24-parete est: Venere.
La dea della bellezza e dell'amore cammina sulla nuvole tenendo nella destra una corona d'oro e trattenendo con la sinistra il sottile velo che appena la copre. Sulle nuvole stanno mollemente appoggiati due amorini, con i classici attributi dell'arco, delle frecce e della benda, a significare che l'amore colpisce profondamente e può essere cieco. Altri cinque amorini poggiano sul finto basamento marmoreo, intenti ad affilare le frecce e drizzare gli archi. Dietro ad essi si apre un ampio paesaggio di acqua, nuvole, valli, castelli a dare vasto respiro alla composizione. La figura di Venere, piuttosto rigida, non è particolarmente felice: piú graziosi sono i putti sottostanti, colti nel fervore del lavoro. L'iconografia può significare sia lo splendore del dogato di Agostino, sia l'acquisizione dell'isola di Cefalonia, nel gruppo delle Ionie, dal cui mare la dea era nata. Con l'offerta della corona Venere sembra infatti tributare un simbolico omaggio al doge che ha tolto l'isola ai Turchi.

25-parete ovest: Cerere, dea delle messi.
La dea avanza sulle nubi stringendo con il braccio sinistro un fascio di spighe e recando nella mano destra un ramo di olivo con i frutti maturi. In testa porta una frondosa corona di alloro e al suo fianco sta una cicogna con una serpe nel becco. Scrive C. Ripa: "La cicogna continuamente fa guerra con i serpi ... i quali sono talmente terreni che sempre vanno con il corpo per terra... onde per l'immagine di questo uccello che divora i serpi, si mostra l'animo il quale disprezza le delizie del mondo ….". La dea con le messi può rappresentare i frutti benefici della politica di terraferma voluta da Agostino. Sul finto basamento marmoreo tre putti con strumenti musicali si apprestano a suonare, sullo sfondo di un altro bel paesaggio di acqua, nuvole, valli e castelli, reso particolarmente luminoso dal biancore della architettura che lo incornicia.

26-parete nord: Minerva, dea della Sapienza.
La cornucopia è di per sé stessa il simbolo dell'abbondanza, attributo iconografico della divinità cui si dava un significato di prosperità o di augurio. La dea tiene un libro sotto il piede sinistro, attributo di sapienza, e con la mano destra sorregge una lancia e un ramo di ulivo, pianta di cui la leggenda la narra inventrice. Alla lancia si accompagna l'elmo piumato, a significare che l'abbondanza è frutto, oltre che di sagace intelligenza, anche di determinazione di volontà. I toni accesi dei vestiti - verde, arancione, rosso, bianco - sono quelli cari al Vassillacchi, mentre ritorna ancora una volta il consueto paesaggio di acque, nuvole, valli e castelli. Ai piedi della dea, adagiate appena oltre la bianca serliana, le personificazione dei fiumi lasciano scorrere, da brocche, l'acqua che porterà fecondità e ricchezza alle campagne. L'affresco vuole quindi celebrare la ricchezza di Venezia sotto il sapiente dogato di Agostino.

27-sovrapporta sulla parete nord: Allegoria della Sapienza.
La figura reca in mano il libro della sapienza e la penna per scrivervi, mentre le due facce alludono alla prudenza del sapiente, prudenza che "nasce dalla considerazione delle cose fatte, prima di passare alle future". Questa immagine è quanto di più bello sia stato creato nella stanza di Agostino: l'allungamento della figura, la dolcezza dell'espressione, la grazia della posa le danno vita ed eleganza. Un particolare tipico del pittore è una certa rigidità nelle pieghe delle vesti, che però in questo caso non disturba la morbidezza del modellato.

28-sovrapporta sulla parete est: Allegoria che raffigura la preveggenza degli eventi lontani.
Altra bella figura, dal modulo allungato e potente, assai simile alla sapienza. con le ali, un arco nella mano sinistra, la faretra pendente sul fianco destro dalla quale sta per estrarre una freccia; lo sguardo è volto lontano, ai suoi piedi un gallo si gira nella medesima direzione. "Il gallo sa discernere, dagli inutili grani della polvere, gli utili grani del suo cibo", scrive il Ripa nel suo trattato di iconologia del 1613. D'altra parte, il saper distinguere ciò che è importante e vitale, per un capo di stato quale il doge è, porta alla gloria. L'affresco può dunque essere interpretato anche come l'allegoria della gloria. Il valore, d'altra parte, è stato altre volte raffigurato con gli attributi delle ali, dell'arco con le frecce e del gallo.
29-sovrafinestra sulla parete ovest: Allegoria della Fama.
La figura è fermata nel movimento, quasi stesse per scattare fuori dalla sua collocazione, protesa verso Agostino. La fama corre veloce nel mondo e dura nel tempo, perciò ha come attributi il rostro e il quadrante con le 24 ore.

30-sovrafinestra destra sulla parete sud: Allegoria della Fortuna.
La figura, di facile interpretazione in quanto alata e bendata, è colta in una posizione così precaria da far dubitare circa la sua stabilità. Sembra stia alzandosi per avviarsi verso Agostino e nel nudo ripete le forme un po' rigide della dea Venere.

31-sovrafinestra sinistra sulla parete sud: Allegoria della Guerra.
La figura reca il fuoco e le frecce nella mano sinistra, il giavellotto nella destra, porta la spada al fianco e l'elmo in testa. In mezzo a tante armi contrasta piacevolmente il velo bianco della veste, che alleggerisce anche il busto metallico della corazza. Visto che gli anni del dogato di Agostino furono i più tumultuosi della storia veneziana del secolo XV, l'allegoria della guerra è facilmente comprensibile. (In un'altra possibile interpretazione dell'allegoria, le frecce in mano stanno a significare i dardi dell'eloquenza, animata dalla saggezza (il fuoco), per cui la figura bene allude alla completezza della personalità di Agostino, che seppe unire, alla magniloquenza, la forza delle armi).

32-angolo nord-est della parete nord: Autoritratto del Vassillacchi, detto l'Aliense.
Questo autoritratto ha permesso di riconoscere nell'Aliense l'autore degli affreschi della stanza, dato che egli stesso vi ha messo in tal modo la sua firma. L'identificazione nel Vassillacchi della figura che si affaccia con curiosità da una colonna della trama architettonica, è già stata fatta dalla Crosato nel 1962, in base all'evidente somiglianza con il ritratto del pittore raffigurato nell'incisione riprodotta dal Ridolfi, con l'"autoritratto" ad olio degli Uffizi di Firenze, e con quello nella tela con lo "sposalizio della Vergine" in S. Zaccaria a Venezia.
 
D - Stanza della battaglia alla Motta di Livenza (33-38)
 
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Completamente affrescata e, per quanto possibile vedere nonostante le scalpellinature, è opera di autore cospicuo. La qualità pittorica e compositiva di tali affreschi sembra eccellente. Databili alla prima metà del 1600, in quanto illustrano gesta dei Barbarigo, appartengono ad un autore che dimostra grande conoscenza del mezzo tecnico e non sembra aver nulla in comune né col Vassillacchi né con Foler. Chi è costui? La critica non ne ha mai parlato prima d'ora, appunto perché le opere non erano visibili. Il colore è vivo, ha spessore; le pennellate sono nette, sicure, le figure hanno una corposità e incisività che mancano nelle opere già esaminate. Qualsiasi attribuzione, però, visto l'assoluto silenzio dei documenti, è del tutto azzardata.

33-parete est: Scena di battaglia fluviale.
Nicolò Barbarigo sul fiume Livenza sbarra il passo al nemico presso il castello della Motta e ne fa strage; anno 1411. Dell'iscrizione originale rimangono le seguenti parole: ... PBAD.S. LIQUENTIAM (Livenza) (F)LUMEN ... ARMATUS INGRESSUS HOSTIBUS AD PAGES(S)TIS INGENTEM IPSOR ... APUD MO(T)TH(AE) CASTRUM STRAGE EDIDIT. ANNO MCCLXVIII (anno storicamente esatto è 1411). Nicolò Barbarigo era podestà di Serravalle e combatté questa battaglia contro gli Ungheresi. L'episodio si inquadra nuovamente nella lotta contro Sigismondo d'Ungheria. Nel 1411 Pippo Spano, condottiero per conto di Sigismondo, sviluppa la sua azione militare e Feltre e Belluno gli aprono le porte, ottenendo privilegi e favori. Nicolò Barbarico difese la zona con accanimento, ma alla fine fu preso prigioniero. Per sua fortuna la Signoria lo libero subito dopo, pagando un forte riscatto. Rispedito immediatamente nel teatro di guerra, partecipò alla furiosa battaglia presso Motta di Livenza al comando di tre galere, venti ganzaroli e cinquanta barche. Per il coraggio di Pietro Loredan, Pandolfo Malatesta e l'appoggio dello stesso Nicolò, gli Ungheresi furono messi in fuga. Qualche mese dopo il Barbarigo fu nominato provveditore in quella zona. Alla fine del 1412 sferrò una violenta offensiva contro le forze di Sigismondo: riuscí a conquistare la fortezza di Castelnovo di Quero, quindi si portò nel territorio feltrino e bellunese predando e saccheggiando: era la vendetta di Venezia contro quelle terre colpevoli di averla tradita consegnandosi al nemico. Nel 1412 fu eletto consigliere di Venezia.

34-parete sud: Bernardo Barbarigo fa eseguire opere di difesa per una città conquistata (1487).
Ecco quanto rimane dell'iscrizione: BER ... BARBARIGUS ... R ... CN ... INCENTI ... VNTIS (C)REM(AM) URBEM NE ... M ... DECORUM TE. LIS OBRUERETUR MUNIBL ... GO ... RECINXIT ANNO MXIIID. Bernardo, figlio del doge Marco, nasce nel 1463 ma le leggi della Repubblica gli impediscono di ricoprire cariche pubbliche finché vive il padre. Questi muore nel 1486 ed essendo succeduto nel dogato lo zio paterno Agostino, nel 1487 Bernardo viene eletto Podestà e Capitano a Crema, data che coincide con quella dell'iscrizione sopra l'affresco. Al suo ritorno viene eletto nel Senato, anche se negli anni seguenti si dedicherà prevalentemente al grande commercio internazionale. Nel 1500 viene eletto savio di terraferma e nel 1501 nel Consiglio dei Dieci: negli anni 1506 e 1507 è capitano e provveditore a Corfù, dove rafforza le difese di quell'importante base navale e sorveglia i movimenti dei Turchi e dei corsari. Nel 1510 viene eletto capitano a Candia, nel 1514 vi diviene anche viceduca e nello stesso anno torna a Venezia, dove, dal 1515, diviene consigliere ducale per il sestriere di Dorsoduro. Nel 1517 viene rieletto nel Consiglio dei Dieci e ne fa ancora parte nel 1518, anno della sua morte. Le mura turrite della città si stagliano contro un cielo giallo-rosato che non ha nulla da spartire coi cieli incontrati finora. In primo piano l'architetto mostra al Barbarigo il disegno in pianta delle mura della città, mentre intorno gli uomini lavorano alacremente. Anche qui vi è un forte plasticismo e una generosità di colore sconosciuti agli affreschi della sala a crociera.

35-parete ovest: Un Barbarigo, procuratore della Repubblica, prende il comando di una flotta (1367).
L'iscrizione dice: P…RO VVS BARBARIGUS DIVI MARCI PROCURATOR MAXIMUM REI PUB(LICE) NAVALE CAPESSIT IMPERIUM ANNO MCCCLXVII. Vi sono due Barbarigo, procuratori, che potrebbero impersonare la figura dell'affresco: il primo è Girolamo, eletto procuratore nel 1467, proprio quando veniva inviato in Romagna per occuparsi della difesa di Ravenna e Cervia, rivendicate dal Papato che le riteneva illegalmente acquisite da Venezia. È il fratello maggiore dei dogi Marco e Agostino, nato intorno al 1410. Se invece si tratta di Pietro, fatto procuratore di S. Marco nel 1616, egli fu eletto nel 1618 capitano generale da Mar, con la responsabilità di difendere la Repubblica contro l'intera armata navale spagnola. Infatti, incrociando nell'Adriatico, egli riuscì a far desistere la flotta spagnola dall'attaccare. Poiché la scena si svolge all'attracco in piazzetta S. Marco, si notano sullo sfondo l'orologio dei Mori e il fianco della Basilica di S. Marco, coi quattro cavalli di bronzo. Il doge indossa il bianco mantello d'ermellino, mentre il Barbarigo porta la corazza. Due trombettieri, in primo piano sulla destra, celebrano l'evento. I colori sono vivissimi, come negli altri due affreschi appena descritti, e la qualità del lavoro è tale da indurre a sperare che anche queste pareti vengano al più presto restaurate.

36-37-38-sovrapporte: Guerrieri.
La prospettiva dal basso ingigantisce ulteriormente queste figure di eroiche dimensioni. (Il modello di uno di questi giganteschi guerrieri lo troviamo in una sovrapporta della sala al primo piano della villa palladiana detta la Malcontenta, a Mira, affrescata da Gian Battista Zelotti nel 1561 (alla morte di Battista Franco, che aveva iniziato i lavori). Non è da escludere, quindi, che l'autore degli affreschi di questa stanza di villa Barbarigo sia da ricercarsi tra coloro che si ispirarono ai modi dello Zelotti).
 
E - Stanza degli ambasciatori e delle quattro stagioni (39-43)
Stanza dei cardinali e delle divinità antiche (44-50)
 
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In origine l'attuale salone era diviso in due stanze, come è provato dai diversi soffitti e dal segno rimasto dell'antico muro divisorio. L'originaria separazione dei vani spiega anche l'iconologia dei due cicli di affreschi, che attualmente sembrano invece un continuum. 39-parete ovest: Un ambasciatore Barbarigo è ricevuto da un Re.
Quanto si riesce a leggere dell'iscrizione è assai oscuro: PROC(URATOR)...O...NO...NQUE ET AONO RIO ...NQUE CR ... ET MVRER R CN..RR.ET... Dall'alto del trono il re ascolta le parole del Barbarigo, cui un paggio regge il mantello. È piacevole il contrasto fra il bianco del vestito del paggio (che porta ricamato dietro lo stemma Barbarigo), il rosso della veste dell'ambasciatore e l'arancio del vestito regale, colori che spiccano sul fondo chiaro delle architetture in prospettiva.

40-parete sud: Un ambasciatore veneziano.
L'iscrizione è completamente cancellata e solo il vestito del personaggio e la sua collocazione adiacente all'altra scena con ambasciatore ci permettono di attribuirgli questa carica. L'intero affresco è stato strappato dalla sede originaria per essere trasportato altrove. Sulla parete divisoria, in seguito abbattuta, doveva trovarsi una terza raffigurazione di ambasciatore, esattamente di fronte alla prima.

41-parete nord: Allegoria dell'Europa.
Sfarzosamente vestita, con la corona in testa e il simbolo della Chiesa nella mano destra, questa bella figura, così come le due allegorie che seguono, è stata attribuita ad Alessandro Maganza.

42-sovrapporta sulla parete ovest: Allegoria dell'Asia.
L'elegante figura regge con la sinistra un incensiere, sullo sfondo un cammello. Le quattro parti del mondo sono state rappresentate in molte ville da vari artisti, che sono rimasti sostanzialmente fedeli all'iconografia, ripresa anche a Noventa, descritta nel trattato del Ripa del 1613.

43- sovrapporta sulla parete sud: Allegoria dell'America.
La figura è seminuda, coi capelli adornati da piume, appena coperta da un drappo bianco a righe colorate. Porta l'arco e le frecce nella faretra; è accompagnata da un coccodrillo. (Sulla parete divisoria, in seguito abbattuta, doveva trovarsi la quarta allegoria del ciclo, quella dell'Africa, esattamente di fronte a quella dell'Asia).

44-parete sud: Il cardinale Gregorio Barbarigo alla presenza del Papa.
L'affresco è stato molto restaurato, specie nei visi dei personaggi. Dell'iscrizione sovrastante si riesce a leggere compiutamente soltanto "G. BARBARIGUS", per cui non dovrebbero esserci dubbi nell'identificazione col beato Gregorio Barbarigo. Nato a Venezia nel 1625, iniziò dapprima la carriera diplomatica, per poi darsi alla vita ecclesiastica (1655). Fu vescovo di Bergamo (1657), cardinale (1660) e vescovo di Padova (1664). Diede impulso alla cultura, fu largamente benefico, si preoccupò, senza risultati, di unire la Chiesa d'Occidente e di Oriente. In relazione con questi tentativi fondò la tipografia del seminario di Padova. Morto a Padova nel 1697, fu beatificato nel 1761. (Un'altra scena con cardinale, o comunque con soggetto ecclesiastico, doveva trovarsi sulla parete divisoria contigua, che in origine separava questa sala da quella "degli ambasciatori").

45-parete est: Trofeo con strumenti musicali e simboli ecclesiastici.
È la stretta fascia decorativa incorniciata dalle due finestre del fianco est della villa. Vi sono rappresentati i vari tipi di cappelli ecclesiastici: la mitra, il galero, ecc.
46-47-48-49-50-sovrapporte e sovrafinestre: Gli dei dell'Olimpo: Marte, Saturno, Diana, Mercurio, Venere con Cupido. È curioso come in questa stanza, sul modello della palladiana villa Emo di Fanzolo, siano affiancati gli dei antichi ai personaggi Barbarigo che hanno incarnato gli ideali della religione cattolica nel XVII secolo. Vi si è voluta rappresentare la religiosità della famiglia, in una tradizione di continuità. La diafana figura di Diana e quella di Mercurio non appartengono alla stessa mano che ha eseguito, per esempio, la contigua prosperosa Venere, per cui appare evidente che il ciclo decorativo della stanza è stato portato avanti da piú frescanti. Altre due divinità si trovavano, presumibilmente, sulla parete demolita. (In questa sala si trova l'unica traccia di camino rimasta nella villa: è una lastra a muro in pietra refrattaria raffigurante in bassorilievo l'araba fenice.)
 
F - Stanza del cardinale Barbarigo (51-55)
 
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51-parete sud: Un cardinale Barbarigo in conversazione.
I costumi dei gentiluomini denunciano un'epoca tarda rispetto agli affreschi della sala centrale. L'affresco, prima dei restauri del 1953, si trovava in gravissime condizioni.

52-parete est: Un ambasciatore Barbarigo presso un Re spagnolo.
L'affresco è stato strappato, lasciando sul muro soltanto una pallida traccia di sé, quasi del tutto scomparsa nella parte inferiore. È rimasta la sinopia nei due paggi sulla sinistra.

53-parete ovest: Una donna è condotta in presenza di un comandante Barbarigo.
Mancando quasi completamente la parte superiore e quella inferiore, questo affresco, come il precedente, era stato "ricostruito" dai restauratori, come ci documentano le fotografie conservate presso la fototeca della fondazione Cini di Venezia relative agli interventi di restauro. In seguito però si è preferito cancellare le parti rifatte.

54-sovrapporta: Allegoria del Tempo.
È rappresentata da una donna che regge una clessidra.

55-parete nord: Un comandante Barbarigo con navi sullo sfondo.
L'affresco si trova sulla parete di fronte alla porta d'ingresso e manca del viso. Questo affresco, come quelli precedenti, è stato strappato, per cui un'interpretazione anche a causa della scomparsa delle iscrizioni, sarebbe azzardata
 
G - Sala della dea Diana (56-58)
 
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Gli affreschi di questa stanza, che in origine era divisa in due sale minori a somiglianza dell'ala est della villa, sono molto rovinati e non hanno subito restauro. È ancora evidente la linea di cesura dell'originale parete divisoria e la diversità dei due soffitti.

56-parete sud: Scene con un cardinale Barbarigo.
L'iscrizione, la cui leggibilità è approssimativa, dice: FRANC. ALTER BARBAD. INTER MULTA DIGNITATIS ORNAMENTA VENCENTIAE, AC V...IT, NEC NON CARD AM...NES CASA ...E...OD...E VIAN…, DIVERSAS...PARTES ADSECUTUS EST. Se si tratta del cardinale Francesco, la datazione del lavoro deve essere assai tarda, in quanto egli nasce nel 1658, viene eletto cardinale nel 1719 da papa Clemente XI e muore nel 1730. Giovanni Francesco era figlio di Antonio e nipote di S. Gregorio Barbarigo, per la cui santificazione si adoperò vivamente. Nel 1698 fu eletto primicerio della Basilica ducale di S. Marco in Venezia, poi vescovo di Verona, Brescia e Padova successivamente; in quest'ultima città morì e fu sepolto accanto al celebre e venerato zio. (L'autore di questo affresco non può certamente appartenere agli artisti della prima fase di decorazione della villa: non è né il Foler, né l'Aliense, né uno dei loro collaboratori. Si tratta di un pittore della fine del Seicento che riprende però i modi della tradizione tardo cinquecentesca).

57-parete ovest: La dea Diana con una ninfa.
Una delle due è la dea Diana, in quanto porta la mezzaluna in testa. Quindi, come nella stanza corrispondente dell'altra ala, già esaminata, anche qui cardinali e divinità pagane si accompagnano.

58-parete nord: Paesaggio con fauno.
Il lacerto superstite della parete est ci mostra la statua di un fauno inserita nel paesaggio di giardini che si apriva al di là della finta architettura.


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